il solfeggio e' un obbrobrio perche' inutile ? ? ?

Gaetano Natale

il solfeggio e' un obbrobrio perche' inutile ? ? ?

Messaggioda Gaetano Natale » mer 29 mag 2013, 08:40

IL SOLFEGGIO E’ UN OBBROBRIO PERCHE’ INUTILE ???
Vorrei chiedere al forum di avere l’onore e il piacere di puntualizzare, una volta per tutte, la mia intima convinzione sulla lettura musicale (solfeggio) e sulla sua relativa modalità d’approccio.
PREMESSA. Il solfeggio non è altro che una musica che viene riconosciuta attraverso il senso della vista e non attraverso il senso dell’udito, quindi attraverso l’occhio e non attraverso l’orecchio; pertanto, la musica scritta (il solfeggio) non è altro che la traduzione della musica che si ascolta (qui si potrebbe ulteriormente approfondire incominciando col dire che, come insegna la linguistica, qualsiasi traduzione è sempre più o meno imperfetta; in questo senso si può anche capire che una musica suonata non rispecchierà mai la musica scritta, lo spartito, a cui si riferisce.
E meno male!!??! direbbe la musicologa francese Giselle Brelet. Ma qui il discorso si complica e si allunga vertiginosamente. A tal proposito, dico solo che c’è qualche accenno in più sull’argomento della Brelet alla “digressione n°14” del mio libro sulla teoria musicale “Nuovo Corso di Teoria Musicale” ed. EDITRICE BLUE).

SVOLGIMENTO
Credo che un corso di studi sulla lettura musicale (solfeggio) in prima istanza debba fare necessariamente i conti con la scelta dello strumento da parte dell’allievo, quindi, uno autore di libri di solfeggio che si accinga ad un lavoro che si rispetti, deve assolutamente distinguere due grandi aree d’azione: la lettura musicale attraverso un pentagramma “a rigo singolo” e la lettura musicale attraverso un pentagramma “a rigo doppio”.
Se un allievo inizia a studiare pianoforte dovrà imparare a leggere la musica considerando un pentagramma "a doppia chiave" (basso e violino) ma il chitarrista che legge il rigo "a chiave singola", ha bisogno di un testo scolastico che insegni la lettura musicale considerando una sola chiave, quella di violino.
Perché un allievo di pianoforte dovrebbe imparare a leggere su un testo come il BONA che si presenta “a chiave singola”? In questo caso verrebbe penalizzato perché monco di qualcosa (di una seconda chiave). Perché un allievo che studia chitarra o tromba o clarinetto dovrebbe imparare a leggere la musica su un testo come il POZZOLI che si presenta “a chiave doppia”? In quest’altro caso l’allievo verrebbe ugualmente penalizzato ma per il motivo opposto, si sente appesantito da una chiave in più.
In verità, l’autore di un libro di solfeggio che si rispetti, deve meditare su due fronti paralleli e uguali, quindi scrivere un “volume 1” “a chiave singola” destinato all’allievo di chitarra, basso, clarinetto, o gli altri strumenti a fiato, ma anche ad arco e simili; e scrivere lo stesso “volume 1” “a chiave doppia” per i pianisti e tutti gli strumenti simili, come l’arpa, l’organo (che è “a chiave tripla” ma tratta sempre la chiave di basso e violino), la fisarmonica ecc…
Un autore che si rispetti scrive due volte lo stesso I libro di solfeggio: volume 1 (a chiave singola) e volume 1 (a chiave doppia). Così facendo si rispetta la dignità dell’allievo, cioè la pertinenza dei suoi studi. (In un fare pedagogico la pertinenza degli argomenti di studio è uno dei motivi principali – se non il principale - a favorire la concentrazione dell’allievo).
E’ inutile dire che, nei miei libri di solfeggio, io ho rispettato questa regola del percorso parallelo ed uguale; infatti, circa 10 anni fa, grazie all’editore BERBEN che mi ha assistito in questo percorso didattico nuovo, ho scritto “Corso Pratico di Solfeggio vol.1” e “Corso pratico di solfeggio – App. al vol.1 (per i pianisti)”.
Praticamente sono due libri identici che si rivolgono però a due modi diversi di leggere la musica, nell’assoluto rispetto delle esigenze “concrete” dell’allievo.
Un secondo punto importante di discussione è che un libro di solfeggio che si rispetti (io dico) deve “camminare”, cioè, una volta che si è realizzato l’unico percorso didattico inalterabile che è l’evoluzione graduale della difficoltà ritmica, il resto deve essere più o meno modificabile.
Spesso si fa la differenza, anche da parte di qualche grande autore, tra solfeggio cantato, solfeggio suonato con lo strumento, solfeggio parlato, solfeggio ritmico, ma il solfeggio è uno solo, è tutto questo messo insieme se si pensa ad un suono che diventa segno grafico, se si pensa ad un processo “uditivo” che diventa “visivo”.Non c'è differenza.
Un libro che “cammina” significa che, all’ occorrenza, si trasforma in un altro libro: quindi un libro di solfeggio cantato si trasforma in un libro di solfeggio parlato, un libro di solfeggio parlato si trasforma in un libro di solfeggio ritmico e così via…
In altre parole, bisognerebbe scrivere un libro che non sia inutilmente parlato, che non sia una pratica fine a se stessa, che sia immediatamente traducibile per un qualsiasi strumento, e quindi che possa essere garanzia per una pratica strumentale e altro ancora. C’è un solo modo per realizzare tutto questo: scrivere un libro che metta in condizione l’allievo di tradurre con facilità il tipo di approccio con il libro stesso, fare in modo cioè di facilitare qualsiasi tipo di esecuzione del testo (solfeggio cantato, solfeggio suonato con lo strumento, solfeggio parlato, solfeggio ritmico…).
Io credo di averlo fatto nei miei testi. Infatti, in essi è possibile eseguire il solfeggio parlato senza fare lo scioglilingua (non ci sono mai molte figure veloci in modo consecutivo), il solfeggio cantato con grande facilità (le note usate negli esercizi sono in numero di 3 e solo qualche volta 4, messe quasi sempre in modo congiunto), lettura con lo strumento con la stessa facilità del cantato per gli stessi motivi di cui sopra, solfeggio ritmico in modo incisivo e graduale (si è già detto che è il motivo peculiare dell’esistenza stessa di un libro di solfeggio). Cosa ne pensate???? P.S.Tante altre cose più specifiche dei miei libri si potrebbero dire ma per adesso credo che bastino questi due grandi momenti teoretici per lanciare una discussione tra tutti noi. In seguito se ci sarà un interesse da parte di qualcuno si potrebbe anche approfondire ulteriormente la mia opera. Buona vita a tutti ! ! ! !
Ultima modifica di Gaetano Natale il gio 06 giu 2013, 11:21, modificato 1 volta in totale.

LucaLupiLucaLupi

Re: IL SOLFEGGIO E' UN OBBROBRIO PERCHE' INUTILE ? ? ?

Messaggioda LucaLupiLucaLupi » mar 04 giu 2013, 21:44

Il solfeggio è fondamentale per la formazione di un musicista :)

Gaetano Natale

Re: IL SOLFEGGIO E' UN OBBROBRIO PERCHE' INUTILE ? ? ?

Messaggioda Gaetano Natale » mar 04 giu 2013, 23:22

LucaLupiLucaLupi ha scritto:Il solfeggio è fondamentale per la formazione di un musicista :)

DACCORDO ! ! ! Direi inevitabile...

LucaLupiLucaLupi

Re: IL SOLFEGGIO E' UN OBBROBRIO PERCHE' INUTILE ? ? ?

Messaggioda LucaLupiLucaLupi » mer 05 giu 2013, 00:57

Infatti :)

Gaetano Natale

Re: IL SOLFEGGIO E' UN OBBROBRIO PERCHE' INUTILE ? ? ?

Messaggioda Gaetano Natale » gio 06 giu 2013, 10:23

Sull’onda di una prima risposta ricevuta, per giunta, anche “consonante”, esprimerò un altro punto che dovrebbe essere comune, insieme ai primi due già citati nel post di partenza, secondo me, a tutta la "didattica del solfeggio" sparsa per il mondo.
Il terzo punto indispensabile per un percorso scolastico “onesto” (sempre dal punto di vista didattico), un po’ più facoltativo, in verità, rispetto ai primi due, è rappresentato dalla netta separazione tra uno studio sulle note e uno studio sul ritmo. Questi due argomenti non vanno mai messi insieme, in sede di lettura “parlata” (in musica esiste una lettura “parlata”, una lettura “cantata” e una lettura “suonata”) perché, entrambi, ognuno per sé, chiedono a gran voce un confronto e quindi un vissuto “strumentale” o “vocale”; e siccome il principio (probabilmente) primo di ogni processo educativo è l’immediato confronto con il reale (la pertinenza di cui parlavo altrove in questo forum), risulta improbabile uno sforzo doppio da parte dell’allievo che impara, al di là di un “concreto”. E' meglio uno sforzo teorico che poi si realizza in uno sforzo pratico che non due sforzi teorici che mancano di un immediato riscontro esecutivo strumentale o vocale.
E’ inutile dire che nei volumi del mio “Corso Pratico di Solfeggio” ed. BERBEN, c’è una prima parte dedicata alla lettura delle note dove c’è totale assenza di ritmo, e una seconda parte dedicata a quella del ritmo dove si incontrano pochissime note, quasi sempre per gradi congiunti e a carattere fittizio, cioè le stesse note possono essere considerate tranquillamente attraverso una qualsiasi sillaba, a riprova che non sono per nulla determinanti nell’attuale contesto “ritmico”.
P.S. Mi dispiace per l'amico Romanello ma queste cose vanno dette. Non è semplicemente "pubblicità commerciale" perchè non sono arance o legumi o altro. Qua si tratta di un progetto nuovo (di quasi 13 anni, ormai) che si staglia nella nostra modernità, direi, con superbia. Io non conosco nessun metodo al mondo che approcci il problema della didattica del solfeggio con le mie succitate 3 prerogative (non sono le uniche, chiaramente. La didattica, in generale, è un mondo alquanto vasto. In futuro, se si vuole potrò aggiungere altre mie convinzioni in proposito). Ora, anziché essere semplicemente istintivi ed esprimere degli stati d’animo più che delle opinioni documentabili in qualche modo, mi si deve dimostrare che questi 3 modelli in oggetto non sono i primi 3 principi da osservare in un metodo di solfeggio che si rispetti, conseguentemente mi si deve trovare un metodo nel mercato dell'editoria, almeno italiana, che possegga le caratteristiche dell'impostazione da me espressa in queste righe. Per me questa non è “pubblicità commerciale” (premesso che anche i grandi testi cercano di farsi vendere grazie alla pubblicità, che ne so? "il nome della rosa" o "Siddharta" o la stessa "Bibbia" per esempio), per me queste non sono patate o cipolle, per me questo è un piccolo ma rispettabile contributo per migliorare concretamente un aspetto di quella grande ed antichissima arte che è l’arte dei suoni, la musica.

Mauro Storti

Re: IL SOLFEGGIO E' UN OBBROBRIO PERCHE' INUTILE ? ? ?

Messaggioda Mauro Storti » gio 06 giu 2013, 11:14

Voglio segnalare il validissimo testo francese pubblicato nel 1918 (ancora reperibile)
dal Prof. RAYMOND THIBERGE dal titolo L’INITIATION AU LANGAGE MUSICAL.
In esso si può leggere: “Per posseder realmente il meccanismo del linguaggio musicale non basta imparare la teoria, solfeggiare,fare dei dettati musicali; la pedagogia deve fare acquisire degli automatismi cerebrali concernenti la lettura delle note, il ritmo, l’intonazione vocale, il riconoscimento sonoro delle note e la tecnica delle tonalità”.
Nel suo corso di solfeggio tutti questi cinque aspetti del linguaggio musicale vengono portati avanti in maniera pratica, graduale e simbiotica.
Cordialmente,
ms

Gaetano Natale

Re: IL SOLFEGGIO E' UN OBBROBRIO PERCHE' INUTILE ? ? ?

Messaggioda Gaetano Natale » gio 06 giu 2013, 12:54

Mauro Storti ha scritto:Voglio segnalare il validissimo testo francese pubblicato nel 1918 (ancora reperibile)
dal Prof. RAYMOND THIBERGE dal titolo L’INITIATION AU LANGAGE MUSICAL.
In esso si può leggere: “Per posseder realmente il meccanismo del linguaggio musicale non basta imparare la teoria, solfeggiare,fare dei dettati musicali; la pedagogia deve fare acquisire degli automatismi cerebrali concernenti la lettura delle note, il ritmo, l’intonazione vocale, il riconoscimento sonoro delle note e la tecnica delle tonalità”.
Nel suo corso di solfeggio tutti questi cinque aspetti del linguaggio musicale vengono portati avanti in maniera pratica, graduale e simbiotica.
Cordialmente,
ms

Intanto ringrazio per la segnalazione del testo francese che comprerò sicuramente e al più presto, visto che fortunatamente è ancora reperibile; però volevo fare alcune serene considerazioni sulla gentile risposta concessami.
In primo luogo la citazione proposta mi vede completamente daccordo (ma non ho capito che significa "tecnica delle tonalità"); in secondo luogo, aggiungerei addirittura che è tutto meravigliosamente scontato e lo è per un motivo molto semplice: per possedere un linguaggio musicale (l’oggetto preso in considerazione dall’autore francese) bisogna prima di tutto suonare. Io non ho scritto da nessuna parte che …per possedere realmente il meccanismo del linguaggio musicale basta imparare la teoria, solfeggiare, fare dei dettati musicali…; quindi mi auguro che la citazione non fosse rivolta a me. Nel caso della citazione, tutta la parte teorica, tout-court, deve necessariamente passare in secondo ordine; direi che, in questo senso, siamo addirittura fuori tema (una cosa è occuparsi di una pratica esecutiva e un’altra cosa è occuparsi delle regole che la determinano). Quando si tratta di teoria direi che si cerca di codificare, attraverso segni grafici, ciò che appartiene al mondo dei suoni; quando si tratta di linguaggio musicale, invece, direi che si tende a realizzare il mondo dei suoni attraverso i suoni. E’ chiaro che l’oggetto del nostro discorso non ha nulla a che fare con il secondo punto, infatti l’autore francese si è precipitato a spiegare che la teoria non è che non serve, ma semplicemente non basta: ho scritto un intero libro di teoria per spiegare che la teoria non basta per realizzare un linguaggio musicale e in particolar modo si veda la "digressione 2" e la "digressione 7" dal titolo “Il processo musicale” – (“Nuovo Corso di Teoria Musicale” ed. EDITRICE BLUE).
L’oggetto dei miei interventi è esclusivamente di ordine teorico, trattandosi di mera notazione musicale.
P.S. Ho scritto libri di solfeggio e uno di teoria musicale per contestare la didattica musicale soprattutto italiana (là dove l’ho ritenuto giusto). In particolare, la didattica francese (ma anche altre esperienze intellettuali francesi) mi ispira sicuramente di più, quindi sarei ben contento, data la mia simpatia per questa Francia, di scoprire che questo metodo vada in quella che secondo me è la giusta direzione. Comunque, in Italia si continua a parlare di BONA, POZZOLI, CIRIACO, POLTRONIERI ecc…E’ questo il grande problema, ed ecco anche la mia scelta dei lavori nuovi, che abbiano a che fare un po’ più con la pedagogia che con la musica. E’ facile scrivere una o 1000 figurazioni ritmiche difficili, il problema del solfeggio non è questo.
Da ultimo, sarei curioso di sapere se i 3 principi da me succitati come archetipi di una didattica del solfeggio, siano stati rispettati nell’opera che mi è stata suggerita. Farò sapere.
A questo punto mi risulta obbligatorio fare un "copia e incolla" perché, senz'altro, inevitabile. (Tratto dalla stessa discussione).
“Ora, anziché essere semplicemente istintivi ed esprimere degli stati d’animo più che delle opinioni documentabili in qualche modo, mi si deve dimostrare che questi 3 modelli in oggetto non sono i primi 3 principi da osservare in un metodo di solfeggio che si rispetti; conseguentemente mi si deve trovare un metodo nel mercato dell'editoria, almeno italiana, che possegga le caratteristiche dell'impostazione da me espressa in queste righe”.
Grazie del contributo e cordiali saluti.

Mauro Storti

Re: IL SOLFEGGIO E' UN OBBROBRIO PERCHE' INUTILE ? ? ?

Messaggioda Mauro Storti » gio 06 giu 2013, 16:01

Gentile Maestro Natale,
La citazione non è ovviamente rivolta a Lei ma è semplicemente l’espressione di un pensiero del Thiberge inteso ad illustrare il suo metodo.
Egli parla infatti di nuove tecniche pedagogiche da lui ideate relativamente alla lettura delle note, al ritmo, all’intonazione vocale e al riconoscimento sonoro delle note e delle tonalità”.
Se posso permettermi, Le segnalo anche, dello stesso autore, LE PIANISTE, sa technique manuelle, sa technique cérébrale.
Tutti i testi sono stampati e tutt’ora reperibili ma la proprietà editoriale dell’autore ne rende alquanto difficile l’acquisizione.

P.S.Circa l’inerzia della didattica musicale in Italia non dubiti che, con me, sfonda una porta aperta!
Cordialmente,
ms

Gaetano Natale

Re: IL SOLFEGGIO E' UN OBBROBRIO PERCHE' INUTILE ? ? ?

Messaggioda Gaetano Natale » ven 07 giu 2013, 10:11

Mauro Storti ha scritto:Gentile Maestro Natale,
La citazione non è ovviamente rivolta a Lei ma è semplicemente l’espressione di un pensiero del Thiberge inteso ad illustrare il suo metodo.
Egli parla infatti di nuove tecniche pedagogiche da lui ideate relativamente alla lettura delle note, al ritmo, all’intonazione vocale e al riconoscimento sonoro delle note e delle tonalità”.
Se posso permettermi, Le segnalo anche, dello stesso autore, LE PIANISTE, sa technique manuelle, sa technique cérébrale.
Tutti i testi sono stampati e tutt’ora reperibili ma la proprietà editoriale dell’autore ne rende alquanto difficile l’acquisizione.

P.S.Circa l’inerzia della didattica musicale in Italia non dubiti che, con me, sfonda una porta aperta!
Cordialmente,
ms

Egr. Maestro Storti, la ringrazio dell’intervento. Appunto, io credo di andare nella stessa direzione del Thiberge se vado ad interessarmi di tecniche pedagogiche (sta per uscire un mio nuovo libro – quasi sicuramente a settembre – che è un lavoro sulla pedagogia della musica), se affronto il tema del solfeggio, in primo luogo, da un punto di vista pedagogico e non musicale in senso stretto (premesso che non ho ancora letto il Thiberge e che lo farò appena possibile). Nella fattispecie, a giudicare dai titoli, sembra che il Thiberge si sia proposto un obiettivo diverso dal mio (si potrebbe definire simile? E quanto? Dovrei conoscere l’opera per poter rispondere seriamente); l’autore francese si è concentrato sul “linguaggio musicale” , che è probabilmente l’ultimo stadio della musica, prima di un “ascolto” (mi permetto di citare ancora una volta il “processo musicale”, che è il momento che giudico più originale del mio libro di teoria, per rimandare alle varie fasi di un prodotto musicale, compreso l’ascolto. “Nuovo Corso di Teoria Musicale” ed. EDITRICE BLUE) e che sicuramente ha a che fare con un “esecuzione” musicale; io ho scritto, invece, sulla “notazione” musicale, quindi su una parte specifica dell’ obiettivo del Thiberge, che è, come ho scritto nel libro, la prima parte di un procedimento musicale e che riguarda soprattutto l’aspetto linguistico della TRADUZIONE dei suoni in segni grafici.
Ciò che invece potrebbe unire profondamente le due opere (me lo auguro), credo che sia l’istanza squisitamente metodologica che ha determinato i due lavori.
In linea generale, diciamo pure che sarebbe stato molto comodo scrivere libri sulla lettura musicale partendo da una coscienza musicale, come avrebbe fatto e, ancora oggi, fa la maggior parte dei musicisti in Italia; ma, si è già detto, che è proprio questo il problema, la mancanza, a volte assoluta, di una coscienza didattica. Vedo che su quest’ultimo punto siamo pienamente d’accordo e mi consenta anche di aggiungere che per me è un onore, oltre che un piacere, essere d’accordo con un grande del passato e del presente. Grazie ! ! !

Gaetano Natale

Re: IL SOLFEGGIO E' UN OBBROBRIO PERCHE' INUTILE ? ? ?

Messaggioda Gaetano Natale » lun 10 giu 2013, 09:42

Sempre a proposito di un puntualizzare i momenti fondamentali, imprescindibili, determinanti per un qualsiasi progetto didattico di solfeggio, vorrei citare un quarto elemento dopo i tre precedentemente trattati.
In un’opera didattica che abbia come oggetto il solfeggio, non si può assolutamente trascurare il concetto di progressività (mi fanno ridere a crepapelle quei titoli che specificano il termine “progressivo” come se si potesse fare a meno di questo elemento “tecnico” in un percorso didattico…Quando si legge “10 studi progressivi”; ma gli studi devono per forza essere progressivi, è inutile ribadirlo nel titolo del libro: mi sembra un evidente pleonasma; diversamente, non ci sarebbe una “funzionalità” didattica ).
Di fronte a 20 esercizi di varia difficoltà ci sarà sempre l’esercizio di difficoltà 1 e su, su a salire fino ad arrivare all’esercizio difficoltà 10, e poi 15, e poi 20. Quindi un libro che contenga degli “argomenti” da insegnare deve sempre fare i conti con il rispetto di una certa regolarità nell’evoluzione delle difficoltà contenutistiche: ci sarà la difficoltà 1, poi la difficoltà 2, poi la difficoltà 3 ecc... mai passare dalla difficoltà 2 alla difficoltà 4 o addirittura 7 o, ancora peggio, alla difficoltà 11. Questa regola, che sembra così semplice da applicare, non viene mai rispettata dalla stragrande maggioranza dei metodi di solfeggio, soprattutto dal “quadrumvirato maledetto” (con tutto il rispetto, chiaramente, sto parlando per l’ennesima volta di BONA, POZZOLI, CIRIACO, POLTRONIERI). Ad onor del vero, tra i quattro c’è qualcuno che fa meglio (POLTRONIERI) e c’è qualcuno che fa peggio (BONA). E’ inutile dire che nei miei libri di solfeggio, questa regola della progressività è, se non altro, inseguita a tutti i costi. Credo di averla rispettata molto, visto il risultato, a tal proposito, di molti altri metodi; non ultimo, il succitato “quartetto”.
Riepilogando. Ci sono almeno 4 regole (le prime due rigorose, la terza e la quarta un po’ meno, ma ugualmente indispensabili) da rispettare per sentirsi di fronte ad un’esperienza di “didattica per il solfeggio” degna di tale nome.
1) Affrontare la serie dei tanti “obiettivi intermedi” piccoli o grandi considerando due modalità parallele di azione. Scrittura “a chiave singola” e scrittura “a chiave doppia”, in risposta ad una domanda di “rispetto della scelta strumentistica dell’allievo”.
2) Considerare un “libro che cammina”. Cioè scrivere un libro che possa sviluppare, all’occorrenza, un oggetto di solfeggio cantato, di solfeggio parlato, di solfeggio ritmico, di solfeggio suonato nei limiti che può sostenere una conversione di così ampio raggio.
3) Suddividere il testo scolastico, almeno nei primi corsi, in una parte dedicata al riconoscimento delle note e un’altra, dedicata al riconoscimento del ritmo. Tutto questo per favorire una maggiore attenzione da parte dell’allievo,
4) Progressività regolare nella difficoltà contenutistica dei vari argomenti da trattare. In risposta alla domanda dell’allievo di continuità discorsiva.
Nella mia esperienza editoriale ho rispettato appieno questi 4 punti (o almeno, ho fatto di tutto per rispettarli). Va detto, in conclurione, che Io ho individuato prima questi 4 punti e poi ho scritto i libri; non è successo il contrario. E questo deve far riflettere, secondo me, perchè in giro, su questi temi, vedo molto instintivismo, molta approssimazione intellettuale.
Sarei onorato di conoscere le opinioni di più iscritti possibili su questa mia scelta dei primi 4 punti di un percorso didattico che si rispetti sul solfeggio (va da sè che i punti da rispettare ne saranno centinaia)! ! ! ! !Grazie....

simposio
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Iscritto il: ven 30 mag 2008, 12:22

Re: il solfeggio e' un obbrobrio perche' inutile ? ? ?

Messaggioda simposio » gio 14 lug 2016, 16:54

La chiave di basso serve per lo studio dell'armonia, per la lettura di testi che trattano di musica, ecc. direi che è fondamentale.


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